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Mostra “Materia e luce del Divino” – Venanzio Manciocchi.

Per la rassegna “Dialoghi contemporanei”.

19 settembre – 1 novembre 2026.

L’arte, quando interroga il sacro, non si limita a decorare uno spazio: apre un varco. È questa la premessa sottesa a Dialoghi contemporanei, la rassegna di esposizioni temporanee nata per innescare un cortocircuito fecondo tra il patrimonio antico della collezione permanente del Museo Diocesano d’Arte Sacra di Sermoneta e le sensibilità del nostro tempo. In questo scenario di continua risonanza storica e spirituale, la mostra antologica dedicata a Venanzio Manciocchi offre un ritratto intimo e rigoroso dell’artista, recentemente scomparso, focalizzandosi sulla sua produzione degli ultimi venti anni. Un viaggio espressivo che attinge solo in parte alla natura per spingersi, con radicale coerenza, nei territori della materia pura, della geometria e dell’astrazione.

Rappresentare l’Invisibile, dargli una forma, è da sempre la sfida più alta e l’ossimoro più fecondo della storia dell’arte. Oggi viviamo in una società satura di immagini effimere; un flusso continuo e indifferenziato che ha anestetizzato il nostro rapporto con l’intangibile, riducendo lo sguardo alla pura superficie della cronaca quotidiana. Eppure, proprio in questo deserto di sovraesposizione visiva, l’esigenza di uno spazio per il mistero si fa più urgente. Non parliamo di ciò che è semplicemente impercettibile, ma di quella realtà profonda che esige sensi interni, intimi e spirituali, per essere colta.

L’opera di Venanzio Manciocchi si attesta esattamente su questo crinale di straordinaria intensità. La sua pittura compie un gesto radicale: si spoglia del superfluo, rifiuta la narrazione didascalica del mondo visibile e si fa veicolo dell’assoluto. Sulle sue tele la materia pittorica rinuncia alla funzione descrittiva per abbracciare quella evocativa, racchiusa nella celebre intuizione di Paul Klee: “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”. Manciocchi ci ricorda che l’invisibile non è il vuoto, bensì il fondamento stesso del visibile. La sua arte non si cura dell’aneddoto, ma cerca l’universale.

Profondamente radicata in una sincera sensibilità per il sacro, la sua ricerca si districa con sapiente equilibrio tra gli ultimi echi del figurativo e le istanze radicali dell’informale. Ne deriva un linguaggio che non descrive il Divino attraverso l’iconografia tradizionale, ma lo evoca dal profondo, rendendo l’impasto cromatico il luogo di una rivelazione spirituale. Questa produzione è l’esito di una lunga e rigorosa indagine che ha condotto l’artista verso una sintesi estrema, in cui la gloria della luce diventa la vera, assoluta protagonista delle sue creazioni.

Nell’universo di Manciocchi, la luce non è un semplice elemento naturale o un espediente luministico, ma la sostanza stessa della creazione, eco visibile dell’incipit giovanneo: «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre». L’artista traduce questa profonda verità attraverso una materia cromatica vibrante che emerge, lotta e si fa Rivelazione.

Nelle tele esposte in questa sede, questo cammino luminoso si manifesta con straordinaria forza. In Resurrezione (2009) una densa e ardente campitura rossa viene solcata da una feritoia dorata: una scia verticale che evoca la grazia divina capace di irrompere nella materia. Questa stessa tensione si fa epifania assoluta in Verso la luce (2009) dove, dall’oscurità profonda di uno sfondo notturno, sorge una lama di luce bianca e purissima, un asse sacro che squarcia il buio. Infine, nella trama materica e verde di Rivelazione (1996), un piccolo ma fulgido bagliore azzurro testimonia che la luce abita segretamente il creato, orientando l’anima verso l’infinito.

Manciocchi ha scelto di abitare territori fatti di silenzio, solitudine, onde luminose e bagliori improvvisi che squarciano la densità dei pigmenti. Questa dinamica espressiva evoca da vicino la celebre intuizione di Vasilij Kandinskij, secondo cui “l’arte è simile a una religione ed il suo sviluppo procede per illuminazioni repentine, simili al lampo”. Nelle tele di Manciocchi, il colore agisce proprio come questo lampo: un’epifania che sorge da fondali oscuri, terrosi e primordiali, per trasformarsi in pura energia spirituale.

Laddove la materia si fa più spessa e stratificata, l’astrazione non diventa mai fine a se stessa, ma si costituisce come un diaframma sensoriale. I contrasti cromatici, le tessiture ricche e i graffi sulla superficie sono le tappe di un itinerario interiore. Attraverso queste accensioni e questi silenzi visivi, i dipinti di Manciocchi rivolgono un invito esplicito all’uomo contemporaneo: quello di rallentare, di varcare la superficie del quadro e spingersi oltre. La sua pittura si configura così come una soglia aperta sul mistero, un cammino di ascesi e meditazione visiva che conduce l’osservatore alla ricerca di quel fecondo “abisso divino” in cui l’uomo smarrisce la forma esteriore per ritrovare la densità dello spirito.

Ferruccio Pantalfini e Vincenzo Scozzarella

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