Notizie storiche
“… creder quivi il suo tempio la bellissima elegante ara di marmo, che si conserva nella medesima chiesa […] ridotta di poi in forma di sede, di cui ne do il disegno.”
Queste righe fanno parte di un lungo brano di Pietro Pantanelli (1710-1787) – tratto dalle sue Notizie istoriche appartenenti alla terra di Sermoneta – che descrive la “sedia”, ricavata da un’ara dedicata alla dea Cibele (o Grande Madre). Nel 1743 la cattedra venne traslata dal cimitero, dove risultava abbandonata, all’interno della chiesa; prima in prossimità della porta di accesso al camposanto, ora murata, e infine posta sul presbiterio a lato dell’altare. La trasformazione da ara (più probabilmente un cippo funerario, in virtù delle ridotte dimensioni) a seggio è probabilmente avvenuta nel medioevo. Pur dimezzato nel volume mantiene ancora un notevole apparato decorativo databile al I secolo d. C., tipico della scultura dell’epoca e del linguaggio simbolico dei romani.
Disascalia
Definizione: cattedra, originariamente urna cineraria.
Misure: altezza massima conservata 105 cm, larghezza 55 cm, profondità 65 cm.
Materiale: marmo lunense.
Datazione: prima metà del I secolo d. C.
Provenienza: ignota
Collocazione specifica: Museo Diocesano d’Arte Sacra di Sermoneta
Scheda
Urna cineraria romana a forma di altare di provenienza ignota, parzialmente rimaneggiata in epoca post antica e trasformata in cattedra vescovile. Ubicata fin da epoca medievale, secondo quanto riferisce lo storico Pietro Pantanelli (1710-1787), presso la navata laterale destra della cattedrale di Santa Maria Assunta a Sermoneta, è stata recentemente oggetto di un approfondito restauro e ha trovato una nuova collocazione presso il vicino Museo Diocesano d’Arte Sacra.
L’altare ha alla base un plinto che sorregge una modanatura a toro con decorazione a squame sormontata a sua volta da un cavetto a kyma lesbio continuo che si raccorda al fusto tramite un sottile listello.
In posizione angolare e rigorosamente sugli spigoli anteriori, due sfingi acefale aggettanti poste a guardia della tomba, inquadrano sul lato frontale la lotta tra un serpente e un uccello trampoliere con lungo becco ricurvo da identificare presumibilmente con un ibis, uccello sacro e associato al dio Thot, simbolo di saggezza, conoscenza e vittoria sul caos. All’auspicio di un passaggio ordinato e protetto nell’aldilà a cui allude l’uccello si contrappone quello ctonio indicato dal serpente con cui esso lotta: infatti, tra i molteplici significati simbolici assunti dal rettile nei contesti funerari vi è quello dello spirito del defunto che discende nelle profondità della terra. Con la diffusione a Roma dei culti isiaci entrano stabilmente nel repertorio funerario romano fauna e motivi nilotici: l’ibis, il serpente e la sfinge qui compaiono come simboli religiosi e decorativi legati al mistero della morte, alla rinascita e alla protezione dell’anima.
Una ricca ghirlanda di frutti con composizioni di foglie, disposta a incorniciare l’area che doveva essere occupata dalla tabula epigrafica nella quale si sarebbero potute estrapolare informazioni sul defunto, viene riprodotta anche sulle facce laterali sebbene la conservazione risulti parziale a causa del taglio realizzato in epoca post antica per ricavare la seduta. Sui lati si osserva che le ghirlande – nelle quali si riconoscono melagrane, pigne, uva – si legano tramite teniae (nastri) alle corna di due protomi d’ariete conservate esclusivamente negli spigoli posteriori.
Negli altari cinerari a ghirlande le teste di ariete cominciano ad affermarsi, insieme alle teste di Ammone, dall’età claudia in poi a scapito dei bucrani come supporto per gli encarpi. Le ghirlande e le protomi sottolineano la funzione cultuale del cinerario-altare ricordando le prime, la vittoria sulla morte e le decorazioni dei banchetti funebri, mentre le seconde, il sacrificio rituale.
Lo stile degli encarpi caratterizzati da elementi aggettanti ben definiti e dotati di volumi autonomi permette di inquadrare la tecnica scultorea intorno alla metà del primo secolo d.C. considerando che sotto il principato di Claudio le ghirlande, subirono un progressivo aumento della resa chiaroscurale tramite profonde intersezioni tra gli elementi ottenute con il trapano, un processo stilistico che culminò alla fine del secolo con l’appiattimento delle volumetrie. Si confà alla datazione anche la resa naturalistica di tutti gli elementi finora analizzati.
Nell’altezza originale, che coincide con il lato posteriore dell’urna, si conserva il margine superiore con le linee funzionali all’alloggiamento del coperchio non più conservato.
Guendalina Viani
Direttrice del Museo della Città e del Territorio di Cori
